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GirovagArte. Fotografie di Samanta Sollima
Museo di Roma
Dalla periferia al cuore di Roma, la bellezza accessibile della capitale nei 42 ritratti di persone con disabilità firmati da Samanta Sollima. Una mostra per raccontare le emozioni dell’incontro con l’arte ma anche l’avventura nel ridisegnare una mappa della cultura accessibile a Roma attraverso il progetto GirovagArte, il programma di visite guidate dell’Associazione Handicap Noi e gli Altri nato nel 2018. Nei ritratti di Samanta Sollima emergono le sensazioni vissute nel profondo dai visitatori e delle loro famiglie nella cornice delle tappe toccate in quattro anni: dai Musei Capitolini al Museo di Roma in Palazzo Braschi, al Chiostro del Bramante e la Basilica di San Paolo Fuori le Mura, a cui si aggiungono i Musei di Villa Torlonia, la Centrale Montemartini e i Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali; ma anche l’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata e la street art di Tor Pignattara. Destinazioni scelte non solo per la loro varietà, storia e bellezza ma anche basandosi sul criterio dell’accessibilità, selezionando e mappando, quindi, quei luoghi il cui impianto risulta più facilmente accessibile alle persone con disabilità motorie. Il progetto, ideato da Rocco Luigi Mangiavillano dell’Associazione Handicap Noi e gli Altri – attiva da 35 anni sul territorio di Tor Bella Monaca – è nato per promuovere la fruizione e l’accessibilità presso i luoghi della cultura e dell’arte di Roma e dintorni, per le persone con disabilità, svantaggio socio-economico e con forte rischio di emarginazione ed esclusione sociale. Con questa iniziativa, realizzata anche grazie al sostegno economico riconosciuto dall’Otto per mille della Chiesa Valdese, l’Associazione ha voluto intessere connessioni tra periferia e centro, usando l’arte come medium e affidando alla bellezza il compito di abbattere le barriere invisibili che determinano dinamiche di emarginazione ed esclusione sociale. Samanta Sollima è nata e vive a Roma. Ha lavorato circa dieci anni per cinema e televisione come aiuto regista, sviluppando e applicando la passione per la fotografia con foto di scena, ritratti di attori e foto di backstage. Il suo primo progetto fotografico “Vita sulle Punte” in collaborazione con Officine Fotografiche, finalista al Sony World Photography Awards, è stato oggetto di varie esposizioni personali. Come fotografa ritrattista e di scena ha collaborato con vari teatri, tra cui il teatro Parioli e il teatro di Tor Bella Monaca di Roma, il teatro della Pergola e il teatro Comunale di Firenze. Attiva nel volontariato, collabora da anni come fotografa con l‘Associazione Handicap noi e gli altri. L’Associazione di Promozione Sociale senza fini di lucro Handicap Noi e gli Altri nasce ufficialmente in VIII Circoscrizione nel 1987 grazie all'impulso di un medico di famiglia, una biologa e un pilota dell'aviazione civile. Sotto la guida ventennale di una persona con disabilità, insieme alla collaborazione attiva di operatori sociali e volontari, l’Associazione stabilisce la sua sede nel quartiere di Tor Bella Monaca con il proposito di costruire una rete territoriale per la tutela dei diritti delle persone con disabilità, con l’impegno di creare spazi di solidarietà, iniziative collettive, incontri, progetti e attività sociali. L’Associazione persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale, umana, civile e di promozione culturale.
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I Romanisti
Museo di Roma
La vita e la cultura a Roma tra la fine degli anni Venti e il 1940, nella prospettiva specifica dei “Romanisti”, ossia studiosi, accademici e cultori della città. L’esposizione, a cura di Roberta Perfetti e Silvia Telmon, è promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con la collaborazione del Gruppo dei Romanisti. Organizzazione di Zètema Progetto Cultura. Nel decennio 1929-1940 prendono vita e si diffondono, in diversi cenacoli e salotti letterari della capitale, l’appassionato studio e la vivace promozione della cultura “romanista”, intesa nella più ampia accezione dei fenomeni letterari, artistici, antiquari e di spettacolo. Ne sono promotori numerosi intellettuali romani e stranieri, costituitisi spontaneamente in un circolo di amici – inizialmente conosciuti come Romani della Cisterna – che accrescendosi per tappe successive con altri apporti, acquisiranno una fisionomia stabile alla fine degli anni Trenta e costituiranno ufficialmente il sodalizio denominato “Gruppo dei Romanisti”. Gli aderenti al Gruppo sono decisi ad operare per il progresso degli studi su Roma e la loro divulgazione e per mantenere vivo, in ogni campo, lo spirito della romanità, mettendone in luce il patrimonio storico-artistico, le vicende, gli uomini illustri, le tradizioni, il dialetto. Il percorso espositivo è articolato in 5 sezioni e circa 100 opere tra pittura, scultura, grafica, fotografia e documenti, provenienti in gran parte dal Museo di Roma, dalla Galleria d’Arte Moderna, dal Museo di Roma in Trastevere e dai Fondi Trilussa della Sovrintendenza Capitolina e dall’archivio del Gruppo dei Romanisti. La mostra si apre con la prima sezione, dal titolo Romani della Cisterna, che introduce l’Osteria della Cisterna in Trastevere, il luogo dove nel 1929 affiora l’idea di fondare il cenacolo di romani autentici. I fondatori furono: Ettore Petrolini, Trilussa, Augusto Jandolo, Giuseppe Ceccarelli, Vitaliano Rotellini, Ettore Veo, Franco Liberati e Ignazio Mascalchi. Durante i pasti, sempre rumorosi e animati, s’intrecciavano discussioni su questioni artistiche, letterarie o archeologiche, trasformando l’osteria in un’accademia. La seconda sezione, dal titolo La passione antiquaria, illustra come negli anni Trenta Roma assista a un’eccezionale espansione urbanistica che comporta interventi di demolizione radicale. Nasce, così, da tanti illustri antichisti, archeologi e storici dell’arte come Ferdinando Castagnoli, Massimo Pallottino, Carlo Pietrangeli, Pietro Romanelli, Richard Krautheimer, Antonio Muñoz, Diego Angeli, sostenitori del Gruppo dei Romanisti, la necessità di preservare e restaurare il vasto patrimonio archeologico e artistico. Il percorso espositivo prosegue con la terza sezione, dal titolo Con Trilussa. Cofondatore del primo nucleo dei Romanisti della Cisterna e grande amico di Ettore Petrolini, Carlo Alberto Camillo Salustri, con lo pseudonimo anagrammatico di Trilussa, è stato un vero protagonista della cultura romana negli anni Trenta: come poeta, scrittore e giornalista ha prodotto un notevole patrimonio composto, tra l’altro, dai circa 11.000 documenti, opere d’arte, fotografie, libri, lettere conservati presso il Museo di Roma in Trastevere, che permettono di ricostruire il clima e la moda dell’epoca. In particolare, i rapporti instaurati nel corso della sua vita con alcune personalità di indiscusso rilievo come Luigi Pirandello, Gabriele D’Annunzio, Massimo Bontempelli, Filippo Tommaso Marinetti e Giacomo Balla, raccontano quanto fosse brillante la vita culturale romana, magari creata nelle conviviali romaniste in osteria, rompendo dialetticamente la propaganda ufficiale. Allestita nella “Sala del Pianoforte”, la quarta sezione - In Atelier - racconta come negli anni Trenta molti artisti romani e residenti nella capitale si dedicassero alla pittura di paesaggio urbano, rappresentando una parte della città medioevale distrutta per far posto alla Roma fascista. L’interpretazione visionaria dell’Urbe si apprezza in una pittura elaborata e senza contorno, dove la variazione dei toni di luce rarefatti e gli schizzi di colore evocano il mutamento solido della città, mentre l’atmosfera ne tradisce il trasporto emotivo. Orazio Amato, Carlo Alberto Petrucci, Orfeo Tamburi, Diego Angeli in veste di pittore, sono solo alcuni degli artisti presenti all’interno del sodalizio dei Romanisti e, insieme a Duilio Cambellotti e Antonio Barrera, stretti collaboratori delle iniziative culturali organizzate dai fondatori dei Romani della Cisterna, hanno assistito alla trasformazione culturale di Roma nei primi decenni del Novecento. Infine, l’ultima sezione, dal titolo Il Gruppo dei Romanisti, ripercorre la nascita ufficiale del sodalizio. Nello studio in Via Margutta dell’antiquario e poeta Augusto Jandolo, dove presto le riunioni iniziarono a svolgersi con regolarità, il primo mercoledì di ogni mese, nacque anche nel 1940 la pubblicazione annuale della “Strenna dei Romanisti”, il cui primo numero, di circa 100 pagine, può essere ammirato in mostra. Ancora oggi l’antologia, con articoli, saggi, storie, poesie, memorie e illustrazioni di argomento romano, viene tradizionalmente consegnata dai Romanisti al sindaco il 21 aprile, Natale di Roma, come omaggio e testimonianza degli studi e della passione per la città. A corredo della mostra, da gennaio a maggio 2023, verrà proposto anche il ciclo di incontri “Il Gruppo dei Romanisti si racconta”, ideato e coordinato da Donato Tamblé, Presidente del Gruppo dei Romanisti. Questo programma di conferenze, reading e concerti offrirà l’occasione per approfondire l’orizzonte documentario e narrativo del mondo dei Romanisti fino ai giorni nostri. Dal martedì alla domenica ore 10.00-20.00 24 e 31 dicembre 10.00-14.00 Ultimo ingresso un'ora prima della chiusura Giorni di chiusura: lunedì, 1° gennaio e 25 dicembre
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Riccardo Venturi. Stati d’infanzia – Viaggio nel paese che cresce
Museo di Roma
Con oltre 80 fotografie la mostra presenta il reportage dell’importante missione dell’impresa sociale “Con i Bambini” e pone al centro il tema delle disuguaglianze e delle marginalità, dell’esclusione sociale e della dispersione scolastica. L’obiettivo è quello di mettere in luce la complessità e le difficoltà, ma anche le possibilità di rinnovamento e il cambio di rotta necessario e possibile attraverso sperimentazioni e “alleanze educative” tra scuola, terzo settore, istituzioni e famiglie. Sostenuto grazie al “Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile”, il progetto ha investito decine di "cantieri educativi italiani", dalle Valli Imagna e Brembana fino a Favara e Ragusa toccando le periferie delle grandi città affrontando temi di grande attualità diventati spesso vera e propria emergenza a causa della pandemia e del lockdown. L’aumento di fenomeni legati ai disordini alimentari, alla xenofobia, alla tossicodipendenza, all’isolamento sociale con il fenomeno degli hikikomori e dei neet, al degrado delle periferie, alla violenza domestica ha fatto emergere ulteriormente la fragilità della nostra società, evidenziando come il tema delle marginalità non sia un fatto isolato ma un fenomeno sociale complesso e stratificato. Il lavoro proposto da Riccardo Venturi, due volte Word Press Photo e una lunga esperienza sul tema dell’infanzia, e da Arianna Massimi insiste sull’invisibilità di questi temi, ponendosi in una dimensione di ascolto e rispetto. Il documentario – visibile all’interno della mostra, curata da Ilaria Prili – racconta le esperienze e le impressioni dei protagonisti, dà parola ai ragazzi coinvolti nelle attività dei progetti sostenuti da Con i Bambini, esplora le nuove geografie sociali anche attraverso i contributi di personaggi di spicco del panorama educativo e sociale italiano, tra cui Marco Rossi-Doria, presidente di Con i Bambini e Vanessa Pallucchi, vicepresidente di Legambiente e portavoce del Forum Terzo Settore. Il progetto multimediale, composto da una mostra fotografica e da un video documentario, accolto da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è promosso e prodotto dall’impresa sociale Con i Bambini, nell'ambito del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile.
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Domiziano Imperatore. Odio e amore
Museo di Roma
La Mostra, curata a Roma dalla Sovrintendenza, si prefigge lo scopo di offrire al pubblico la possibilità di conoscere un imperatore spesso trascurato, ma che ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione di Roma e del suo impero così come li percepiamo ancora oggi. Attraverso le opere selezionate, la mostra intende narrare la vita dell’imperatore e della sua famiglia, nonché quelle della corte che lo circondava e dei suoi sudditi, attraverso le parole degli autori antichi, i monumenti architettonici, l’arte del periodo e gli oggetti quotidiani; la Mostra prevede numerosi prestiti internazionali dai più importanti musei dal mondo.
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Sten Lex. Rinascita - Intervento artistico site specific
Museo di Roma
Esposto, sulle pareti del chiostro-giardino, l'intervento in stencil poster site specific dall'emozionante titolo "Rinascita", appositamente realizzato per la Galleria in collaborazione con Wunderkammern Gallery. Rinascita, rinnovamento e rigenerazione sono solo alcuni dei temi ideali percorsi da Sten Lex, pionieri dello stencil poster, che li ha resi tra i muralisti italiani più celebri a livello internazionale. Il duo Sten Lex, che giocano sull'ambiguità dell'irriconoscibilità, é formato da un'artista romano e da una tarantina, classe ’79-’80. I loro nomi compaiono per la prima volta sui muri romani nel 2001 con forti richiami al cinema, all’arte sacra e alla cultura pop, prima separatamente, realizzando ritratti di personaggi dei b-movies italiani e telefilm americani anni ’70 come Hitchcock, Orson Welles e Bergman. A partire dal 2005, le loro strade e i loro nomi si uniscono, sprigionando il doppio dell’energia e della creatività nelle loro opere. Passando dai volti iconici di francobolli e banconote ai disegni e poster su carta velina, arrivano alla creazione di quella che definiscono Hole School, introducendo la mezzatinta nello stencil, figure optical composte da pixel o linee. Dal 2010 al 2013, realizzano ritratti di persone anonime su grandi facciate, per lo più studenti e professori ripresi da annuari universitari degli anni ’60-’90: è questo il periodo dove più si allontanano dall’iconografia Pop per dare spazio a personaggi sconosciuti appartenenti alla classe media. La costante sperimentazione, che costituisce il segno della loro arte, conduce presto i due artisti all’invenzione dello “stencil poster”, una tecnica basata sullo stencil, che si ispira alle incisioni classiche e alle stampe odierne, designandoli come “incisori del nuovo millennio”. Lo Stencil Poster consiste nell’incollare un poster a parete come fosse carta da parati che poi viene dipinto e infine lasciando che gli agenti atmosferici, sostituendosi agli artisti, rivelino l’opera finale distruggendo la matrice di carta e facendo emergere il dipinto sottostante. Questo processo va contro l’utilizzo principale dello stencil che è la sua riproducibilità, la matrice decadendo rende l’opera “unica” e non più replicabile, un paradosso della tecnica. Il loro stile si evolve ancora in maniera sorprendente dal 2013, epoca in cui i due artisti virano dal figurativo verso la composizione di forme, linee e paesaggi astratti, subendo l’influenza di artisti quali Kandinskij, Mirò, Dorazio, Twombly, Sol LeWitt, e Frank Stella ma non abbandonando mai la strada, luogo dove tutto ha avuto inizio. Apprezzati non solo in Italia, nel 2008 vengono invitati da Banksy al suo Cans Festival a Londra e, sempre più richiesti, negli anni seguenti iniziano a lavorare superfici immense creando opere gigantesche per alcuni dei più importanti festival a livello internazionale come il Nuart Festival di Stavanger in Norvegia (2008, 2010), il Living Walls di Atlanta negli USA (2012), il Katowice Street Art Festival in Polonia (2013), il Palma festival a Caen in Francia (2019) e molti altri. Nel 2014, l’Istituto di Cultura Italiano li supporta per realizzare una facciata a Shangai, dal titolo “Vulcano”. Nel 2014 realizzano “Arazzo” al Foro Italico di Roma. Lo stesso anno partecipano a mostre collettive in musei di arte contemporanea come il Maco di Oaxaca in Messico, la Caixa Cultural di San Paolo in Brasile e il Cafa Museum in Beijing. Tra i loro ultimi progetti è da ricordare la partecipazione alla mostra “Cross the Streets”, al MACRO di Roma nel 2017.
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Colori dei Romani. I mosaici dalle Collezioni Capitoline
Museo di Roma
Si arricchisce di sei nuove opere la mostra Colori dei Romani. I Mosaici dalle Collezioni Capitoline dal 24 novembre. Prorogata al 15 gennaio 2023 Un evento importante per raccontare, attraverso la trama colorata di queste opere, brani di storia della città di Roma, illustrando nel modo più completo i contesti originari di rinvenimento. Accanto ai mosaici sono esposti anche gli affreschi e le sculture che insieme ad essi costituivano l’arredo degli edifici di provenienza; questa presentazione d’insieme consente di interpretare le scelte iconografiche, i motivi decorativi, l’aspetto formale delle opere come espressione del gusto e delle esigenze dei committenti. Tutto questo offre un significativo spaccato della società romana in un ampio periodo compreso tra il I secolo a.C. e il IV d.C. La ricca e preziosa documentazione d’archivio, messa a corredo delle opere esposte, illustra i rinvenimenti con foto storiche, acquarelli e disegni, testimonianze che aiutano a raccontare il clima e le circostanze che determinarono queste scoperte: le trasformazioni urbanistiche e il fervore edilizio che caratterizzarono la storia di Roma tra gli ultimi decenni dell’800 e i primi decenni del secolo scorso, quando, parallelamente al progressivo ampliamento della città per far fronte alla sua nuova funzione di capitale d’Italia, fu scritta una delle più “fortunate” pagine dell’archeologia romana. Alcuni dei mosaici esposti alla Centrale Montemartini sono stati presentati nel 2019 in una mostra di grande successo allestita in tre sedi dell’area geografica balcanica: la prima e la seconda dal titolo “Visioni colorate dell’antica Roma. Mosaici dai Musei Capitolini” nel National Archaeological Institute with Museum at the Bulgarian Academy of Sciences a Sofia (16 maggio-3 agosto 2019) e nella Galleria Nazionale dell’Armenia a Jerevan (9 agosto-29 settembre 2019), la terza dal titolo “Antica Roma a colori. Mosaici dai Musei Capitolini” nel Museo della Georgia Simon Janashia di Tbilisi (10 ottobre-10 dicembre 2019). L’esposizione si articola in quattro sezioni tematiche, all’interno delle quali il percorso segue un ordine cronologico.
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Cursus Honorum. Il governo di Roma prima di Cesare
Museo di Roma
Quattro voci maschili e una femminile rievocano le magistrature di età repubblicana, rivelando l’essenza della vita politica di Roma antica nell’età repubblicana. Parte integrante del progetto La Roma della Repubblica. Il racconto dell’Archeologia, la mostra è incentrata sulle cariche pubbliche dei magistrati di età repubblicana, il cursus honorum, aspetto fondamentale della vita politica di Roma antica. Protagonisti di questo racconto sono cinque personaggi anonimi raffigurati da altrettante statue che fungono da narratori di eccezione: quattro sono figure maschili a cui si aggiunge una voce diversa, una figura femminile, che rappresenta una realtà altrimenti assente in una società inevitabilmente dominata dagli uomini. Il loro compito è avvicinare il pubblico a monumenti di valore storico e simbolico che celebrano memorabili imprese belliche, insieme ad altri che ci illustrano ruoli legati all’amministrazione della città e alla costruzione del prestigio sociale degli individui e delle loro famiglie. Con l’aiuto di queste guide particolari, ai visitatori saranno ricordati episodi di guerra e conquiste che segnarono tappe fondamentali nella storia dell’espansione di Roma: esempio di spicco è la prima vittoria navale sui Cartaginesi nelle acque di Milazzo, ricordata dalla Colonna Rostrata eretta in onore del console Gaio Duilio. Questo e altri eventi sono narrati da tre statuae ritratto di travertino della metà del I secolo a.C., già a Villa Celimontana, che vestono il pallio, ossia il mantello che si indossava sulla tunica. Lo ius imaginum, ossia il diritto di conservare in casa i ritratti degli antenati da esibire durante i funerali e in particolari occasioni pubbliche, inizialmente esclusivo del patriziato ed esteso nel IV secolo a.C. anche ai plebei quando ebbero accesso alle cariche pubbliche, è invece narrato dal famoso “Togato Barberini” (dal nome della collezione di provenienza). La maestosa statua in marmo, databile al primo quarto del I secolo d.C., costituisce una testimonianza unica del sistema di autolegittimazione che le famiglie che detenevano il potere mettevano in atto, utilizzando la fama e il prestigio degli avi. La voce che anima la figura femminile, parte di un Gruppo funerario con fanciulla, realizzato in marmo lunense e databile alla metà circa del I secolo a.C., introduce infine ai monumenti funerari, in particolare ai sarcofagi provenienti dal sepolcro della gens Cornelia, rara testimonianza archeologica di una tomba gentilizia di età repubblicana. L’esibizione, lungo le strade che uscivano da Roma, delle architetture e delle pitture dei sepolcri gentilizi costituivano un altro elemento di ostentazione del potere acquisito. Nella mostra si dà conto, inoltre, delle caratteristiche delle magistrature romane: collegiali, e di durata limitata, in prevalenza annuale. I magistrati superiori – consoli, pretori, censori – erano eletti dai cittadini ripartiti in base al censo, riuniti nei comizi centuriati e contraddistinti da speciali attributi come la sedia curule, i fasci (simboli del potere coercitivo) e una speciale toga bordata. Erano i soli a poter celebrare il trionfo. I magistrati minori – questori, edili – erano eletti dai cittadini ripartiti per tribù, riuniti nei comizi tributi. L’ordine di successione delle cariche fu stabilito nel II secolo a.C. con una legge che specificava anche l’età minima dei candidati e il tempo che doveva trascorrere tra una magistratura e la successiva. Le tappe, in ordine ascendente, erano: questura, tribunato, edilità, pretura, consolato e censura, a cui va aggiunta l’investitura temporanea ed eccezionale della dittatura. Con l’avvento della Repubblica i poteri, in precedenza concentrati nella figura del re, erano stati distribuiti tra il pontefice massimo, cui spettavano le principali prerogative religiose, e i consoli, coppia di magistrati con competenze civili e comando militare. Per accedere al cursus honorum erano necessari, oltre a un censo minimo, fama e prestigio degli antenati: chi non apparteneva a poche illustri famiglie era un “uomo nuovo”. Le regole di ingresso alle magistrature e l’articolazione delle cariche subirono modificazioni nel tempo: l’accesso alle magistrature principali (consolato), inizialmente limitato ai membri delle famiglie patrizie, nel IV secolo a.C. fu esteso ai plebei. Con il progressivo aumento della potenza di Roma, si istituirono altre magistrature elettive con competenze circoscritte. La mostra si avvale in modo esclusivo di opere pertinenti alle collezioni capitoline, in parte provenienti dall’esposizione permanente della Centrale Montemartini, in parte solitamente non esposte. È stata questa – secondo un intento che la Direzione Musei Capitolini e musei archeologici persegue con l’organizzazione di mostre basate su materiali delle proprie collezioni – una nuova occasione per procedere con attività di conservazione, restauro e valorizzazione del ricchissimo patrimonio che occorre sempre più rendere accessibile al pubblico. È all’interno di questo quadro che si è proceduto con un allestimento multimediale, coinvolgente, volto ad avvicinare i visitatori ad argomenti complessi e a particolari monumenti; si pensi ai documenti epigrafici, importantissime fonti storiche dirette di non immediata lettura. L’esposizione si colloca, infine, come ideale trait-d’union tra la videoinstallazione L’eredità di Cesare e la conquista del tempo, visibile nella Sala della Lupa e dei Fasti Antichi del Palazzo dei Conservatori e l’esposizione Roma della Repubblica. Il racconto dell’Archeologia, di prossima realizzazione ai Musei Capitolini, Palazzo Caffarelli.
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Napoleone ultimo atto. L’esilio, la morte, la memoria
Museo di Roma
Dedicata ai momenti estremi dell’epopea di Napoleone Bonaparte, l’esposizione del Museo Napoleonico intende illustrare le vicende dell’esilio e della morte dell’Imperatore a Sant’Elena attraverso un evocativo racconto visivo, costruito tramite stampe, acquerelli ed effigi scultoree e numismatiche. Il percorso espositivo si articola in quattro sezioni: Sant’Elena, l’ultima isola / Reliquie dall’esilio / «Il n’est plus» / Il ritorno delle ceneri a Parigi nel 1840, e si compone di circa 85 pezzi. Il materiale selezionato proviene interamente dalle collezioni del Museo Napoleonico. L’esposizione valorizza il rilevante nucleo di oggetti legato agli anni di Sant’Elena posseduto dal Museo Napoleonico. Spiccano l’iconica maschera funeraria dal calco del volto preso dal medico Antonmarchi subito dopo la morte di Napoleone e numerose “reliquie da contatto”. Si tratta di preziose tabacchiere, giochi di società, volumi provenienti dalla biblioteca, tessuti raffinati e capi di abbigliamento utilizzati quotidianamente da Napoleone durante il suo ultimo esilio: memorie, quindi, dotate di straordinario valore storico e simbolico. Lo stesso Napoleone ne era consapevole, tanto da esprimere nel proprio testamento – una copia del quale è presente in mostra – la volontà, poi disattesa, di destinare tali oggetti al figlio, a cui avrebbero trasmesso l’essenza del suo spirito. Alla narrazione visiva si intreccia il tema della costruzione e trasmissione della memoria della propria storia da parte di Napoleone, evocato dalla presenza di documenti e volumi, come l’esemplare del Memoriale di Sant’Elena di Emmanuel de Las Cases posseduto dal figlio di Napoleone. Quello di Napoleone verso Sant’Elena e l’altro, a ritroso, delle sue ceneri verso Parigi sono viaggi attraverso i due emisferi della terra, «dall’uno all’altro mar» si potrebbe dire prendendo in prestito e reinterpretando il verso manzoniano dell’ode Il Cinque Maggio. La mostra vuole seguire le rotte e illustrare gli esiti di questi viaggi, rievocandone le suggestioni. L’esposizione, a cura di Elena Camilli Giammei, è promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Organizzazione di Zètema Progetto Cultura. In occasione dell’esposizione, l’Associazione Amici dei Musei di Roma ha generosamente finanziato l’intervento di manutenzione conservativa della prestigiosa serie di litografie raffiguranti il Ritorno delle Ceneri di Napoleone a Parigi nel 1840, fulcro della sezione conclusiva. L’esposizione è inoltre accompagnata da un ciclo di appuntamenti culturali.
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1932, l’elefante e il colle perduto
Museo di Roma
Una selezione di circa 100 opere, tra reperti archelogici, progetti grafici, oggetti d’arte e video, alcuni esposti per la prima volta, racconta la storia della perduta Velia e del “suo” elefante. Prorogata al 2 ottobre 2022 A 90 anni dalla scoperta, sono stati restaurati i resti fossili di elefante (Elephas antiquus) trovati alla base della collina Velia. L’intervento ha costituito l’occasione per proporre un insieme di opere, che gettano luce su un settore dell’area archeologica centrale interessato negli anni Trenta del Novecento da distruzioni e trasformazioni urbanistiche profonde. Un centinaio di queste opere, tra cui reperti archeologici, progetti grafici e opere d’arte, interamente provenienti dalle collezioni capitoline, alcuni dei quali identificati in occasione di recenti ricerche ed esposti al pubblico per la prima volta, compongono questa mostra. In soli due anni, tra 1931 e 1932, fu sbancato nel cuore di Roma un colle, la Velia, che si estendeva tra le pendici dell’Oppio e le propaggini del Palatino, separando l’area dei Fori Imperiali dal Colosseo. L’intervento da un lato risolveva la necessità di collegare piazza Venezia, via Cavour e i nuovi rioni del Celio e dell’Esquilino, dall’altro consentiva la realizzazione di una strada monumentale e scenografica da piazza Venezia al Colosseo. Si trattava di una passeggiata unica al mondo fiancheggiata dai monumenti della città antica che si andavano recuperando con le demolizioni del Quartiere Alessandrino, in atto dal 1924. La nuova arteria cittadina, che prese il nome di via dell’Impero (l’attuale via dei Fori Imperiali), fu inaugurata il 28 ottobre 1932 in occasione della celebrazione del decennale della Marcia su Roma, divenendo da quel momento luogo privilegiato delle parate e dei riti del regime. Il prezzo pagato dal patrimonio artistico e archeologico, a causa di questo sbancamento, fu molto alto. Si iniziò con lo smantellamento pressoché totale del giardino di Villa Rivaldi, che si estendeva sulla sommità del colle fino alle spalle della Basilica di Massenzio. Fu quindi intaccata la stratificazione archeologica, che si rivelò ricchissima di testimonianze di epoca romana, in particolare i resti di una domus con affreschi ben conservati e numerose statue. Ma la scoperta più sorprendente fu fatta il 20 maggio 1932, quando vennero alla luce numerosi resti di fauna fossile, tra i quali il cranio e la zanna di elefante Elephas (Palaeoloxodon) antiquus costituiscono il reperto più famoso. La notizia ebbe immediata risonanza sulla stampa. Antonio Muñoz, Direttore della X Ripartizione Antichità e Belle Arti del Governatorato di Roma e supervisore dei lavori, scrisse che «qui, sotto la collina della Velia era il giardino zoologico della Roma preistorica». Le operazioni di recupero si svolsero con grande celerità: l’Elephas, rimosso frettolosamente, fu poi trasportato nell’Antiquarium Comunale del Celio, «dove è stato dimenticato», come avrebbe poi scritto Antonio Cederna. La mostra si compone di quattro sezioni nelle quali, in un viaggio a ritroso nel tempo, sono illustrate alcune importanti tappe di questa storia: l’intervento di sbancamento con i progetti di sistemazione architettonica e le modalità di raccolta dei materiali archeologici rinvenuti; il complesso monumentale di Villa Rivaldi, fortemente manomesso dai lavori; le testimonianze di una ricca domus rimasta in uso per lungo tempo in epoca imperiale; la scoperta dei resti dell’Elephas antiquus. In questo racconto, oltre ai reperti archeologici, progetti grafici e oggetti d’arte vengono proposti al pubblico anche filmati d’epoca conservati negli archivi dell’Istituto Luce e un video con immagini degli archivi della Sovrintendenza Capitolina, utili ad approfondire i temi trattati in mostra. Nella prima sezione è evocato l’intervento di sbancamento della Velia, evidenziando due aspetti di quel gigantesco cantiere urbano: i rinvenimenti, effettuati in assenza di criteri scientifici, di innumerevoli reperti archeologici e la sistemazione architettonica del taglio del colle in vista dell’apertura di via dell’Impero. Il primo aspetto è presentato in mostra attraverso una selezione di materiali archeologici rinvenuti durante le operazioni di sterro, databili dall’epoca antica a quella moderna. Il loro allestimento apparentemente casuale vuole rendere l’idea della modalità di recupero dei materiali, raccolti senza distinzione di contesto di rinvenimento, e il loro stoccaggio in casse, poi accumulate nei depositi comunali. Rimandano invece al secondo aspetto alcuni disegni e progetti per il muro di sostegno del giardino di Villa Rivaldi, elaborati da Antonio Muñoz e dai suoi collaboratori. In parte inediti, i disegni mostrano la varietà delle soluzioni ideate. La seconda sezione è dedicata al giardino di Villa Rivaldi, splendida residenza costruita sulla sommità della Velia da monsignor Eurialo Silvestri a partire dal 1542. Passata nelle mani di diversi proprietari, nel 1660 la villa fu venduta dal cardinale Carlo Pio di Savoia al Conservatorio delle Zitelle Mendicanti, istituzione destinata all’accoglienza e all’educazione di fanciulle abbandonate. Alla vigilia dello sbancamento della Velia il Governatorato di Roma commissionò a Maria Barosso e Odoardo Ferretti alcune vedute del giardino della villa, che di lì a poco sarebbe stato distrutto. L’iniziativa si colloca in una prassi diffusa nel periodo: si pensava infatti che la pittura fosse più adeguata della fotografia – ritenuta un semplice metodo meccanico di riproduzione di immagini – a rendere il fervore dei lavori in corso o a documentare in maniera appropriata i frequenti rinvenimenti di antichità. I dipinti esposti in questa sala sono il frutto di quel lavoro. La terza sezione è riservata alle testimonianze della decorazione pittorica del criptoportico di una grande domus di epoca imperiale romana intercettata dagli sterri, le cui imponenti strutture furono completamente demolite. Il complesso si articolava su due livelli, di cui quello inferiore con criptoportico dotato di un ninfeo; al piano superiore si impostava un cortile porticato a pianta rettangolare. La decorazione era costituita da due distinte fasi pittoriche, una di fine I-inizi II secolo d.C., l’altra di fine II-inizi III secolo d.C., riprodotte da Ferretti con acquerelli, alcuni dei quali esposti in mostra. Per la prima volta vengono presentati al pubblico quattro frammenti di affreschi, recuperati prima della demolizione delle strutture. Vi sono raffigurati personaggi e animali, che decoravano i riquadri in cui erano scandite le pareti nella seconda fase pittorica. Nella quarta sezione, infine, sono esposti i resti del cranio e della difesa (zanna) sinistra dell’elefante antico Elephas (Palaeoloxodon) antiquus, rinvenuto nello strato geologico a circa 11 metri dalla sommità della collina. Tre acquerelli di Barosso e l’olio di Ferretti conducono lo spettatore nel vivo delle fasi di apertura del taglio della Velia, con il primo apparire del Colosseo, la messa in luce dei resti del cranio e della difesa di elefante adagiati in corrispondenza del tracciato della via dell’Impero e, infine, la maestosa stratificazione geologica messa in luce dall’avanzare dei lavori.
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ANNI INTERESSANTI. Momenti di vita italiana 1960 - 1975
Museo di Roma
Attraverso un’accurata selezione di fotografie e documenti visivi dell’Istituto Luce, la mostra Anni interessanti è un viaggio per gli occhi, intenso e rivelatorio di un periodo di storia nazionale, dal 1960 al 1975, che ha segnato indelebilmente il volto e l’identità del paese. La mostra al Museo di Roma in Trastevere è un’ideale prosecuzione alle precedenti proficue collaborazioni tra Roma Capitale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e l’Istituto Luce rappresentata dalle mostre di War is Over che raccontava l'Italia della Liberazione e Il Sorpasso un affresco dell'Italia all’alba della modernità. Anni interessanti prende in prestito, e omaggia, il titolo dell’autobiografia di Eric J. Hobsbawm, il grande storico del secolo breve e descrive con simile rapidità di sintesi e sguardo, la volata di un periodo cardinale, vissuto dagli italiani come una corsa verso la modernità. 124 immagini, tutte in bianco e nero, dalla prima, il completamento della costruzione del grattacielo Pirelli a Milano, all’ultima che ritrae una Radio libera nata nel 1975, in un percorso non didascalico che predilige le associazioni segno delle temperie di una stagione di antinomie e di vivacissime contraddizioni. Le foto provengono da alcune delle più storiche agenzie fotografiche italiane: la VEDO e la DIAL, i cui fondi sono conservati nel grande Archivio Luce; la Publifoto Roma, e Archivio Farabola. Accanto alle immagini dei grandi artisti del reportage come Gianni Berengo Gardin, Pino Settanni, Carlo Cisventi, Caio Mario Garrubba, si possono vedere i lavori dei fotografi che sono passati alla storia proverbialmente come i paparazzi, autori in grado di cogliere la società di nascosto e di sorpresa e di fare scoop e insieme critica di costume di raffinata estetica, ma anche di fotografie anonime di altissima qualità. Completa la mostra un catalogo, per la cura di Enrico Menduni, edito da Electa, con testi del curatore e di Chiara Sbarigia, presidente di Cinecittà, che riproduce tutte le immagini presenti in mostra, con una descrizione degli Archivi fotografici e un prezioso Regesto.
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Arctic Tales
Museo di Roma
Le 50 immagini fotografiche realizzate tra il 2018 e il 2019 dalla fotografa milanese Valentina Tamborra sono frutto di due reportage sull’Artico nati dalla sua residenza: Skrei - Il Viaggio e Mi Tular - Io sono il confine. Il primo, Skrei - Il Viaggio, prende il nome da un’antica espressione vichinga å skrida che significa viaggiare, migrare, muoversi in avanti, ma soprattutto è un viaggio fotografico per evidenziare il legame tra Italia e Norvegia. Infatti, il viaggio di Valentina Tamborra inizia nella Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma e quindi nella Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, dove sono conservate le testimonianze dell’avventurosa navigazione di Pietro Querini nel 1432, sopravvissuto al naufragio della sua nave, alle isole Lofoten e soccorso dai pescatori locali dai quali apprende i metodi di conservazione del merluzzo, che esporta a Venezia al suo ritorno. Con Mi Tular - Io sono il confine Valentina Tamborra si sposta nelle Isole Svalbard, un lembo di terra ghiacciata incastonato nel Mar Glaciale Artico, dove orsi polari e persone si contendono un confine invisibile. La parola Tular, che in antico etrusco significa Io sono il confine, riporta alla mente il mito dell’Ultima Thule, l’ultima isola al di là del mondo conosciuto.
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Compositio Oppositorum
Compositio Oppositorum
di Antonio Taschini e Andrea Meneghetti
Museo di Roma
Oltre trenta opere site specific in cui s’incontrano due materiali, in apparenza antitetici, in un dialogo continuo tra i due artisti. La mostra si focalizza su un doppio percorso dell'incontro di ferro e argilla, due materiali apparentemente antitetici scelti come materia nella ricerca dei due artisti in un dialogo continuo, che propone al pubblico una visione moderna, in sinergia con la linea classica, in oltre trenta opere site specific, tra le quali un’opera realizzata a quattro mani e dedicata al museo che la ospita. Come sostenuto nel testo critico di Domenico Iaracà: “Decisamente significativa l'ambientazione in spazi del museo che – dalle origini romane della loro costruzione ai graffiti in carboncino risalenti alla fase di utilizzo cinquecentesca del bastione, per finire con gli interventi di inizio ‘900 – rappresentano un esempio emblematico della continuità d'uso nel corso di circa due millenni, dalla classicità ad oggi”. Le Afroditi contemporanee di Meneghetti ripropongono divinità dai mille volti che traspaiono in filigrana nei mille momenti del nostro vivere, dall’alternanza delle stagioni e dei momenti atmosferici alle nostre sensazioni quotidiane. Le Panoplie di Taschini presentano esseri ibridi che ai canoni e ai motivi della statutaria classica sovrappongono microcircuiti di un futuro non sappiamo quanto lontano, in un panorama in cui utopia e distopia si confondono impercettibilmente. “Nella mostra Compositio Oppositorum gli opposti si combinano, in una dialettica unica come dal titolo. Legata alla nozione di dualità, in senso profondo. L'esistenza e la sua identità dipendono dalla coesistenza delle opere dei due artisti, tanto simili nella ricerca quanto opposte nella trasfigurazione e nella loro espressione e nella scelta dei materiali, ma tra loro dipendenti e che si presuppongono a vicenda,” racconta la curatrice Sveva Manfredi Zavaglia, “le sculture di entrambi gli artisti definiscono la figura umana, ognuno attraverso la lente della propria ricerca interiore. Il collante della mostra è la condivisione”. Antonio Taschini, artista romano e musicista professionista. Espone da oltre un decennio, in musei pubblici e gallerie private, anche all’estero. La Galleria di riferimento è lo spazio bianco, Milano. Nei primi mesi del 2022 ha partecipato alla Biennale Keramikos, “Ethos”, curata da Vittorio Sgarbi. Andrea Meneghetti, artista nato a Bassano del Grappa (VI) dove vive e lavora. Tra il 2017 e il 2021 ha esposto nei musei archeologici di Vicenza, Terni e Treviso. Nel 2021 una sua opera è entrata a far parte della collezione dei Musei Civici di Treviso. Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private, in Italia e all’estero.
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Thomas Hirschhorn - The Purple Line
MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo
"Die Welt muss entmischt werden", Thomas Hirschhorn. Mit diesen Worten beschreibt Thomas Hirschhorn die Pixel-Collagen, einen beeindruckenden Werkzyklus, der zwischen 2015 und 2017 entstanden ist. Zum ersten Mal sind sie nach einem vom Künstler entworfenen Schema auf einer sehr langen violetten Wand, The Purple Line, die sich durch die Galerie 3 zieht, gruppiert. Ein Projekt, das versucht, das Unsichtbare zu zeigen, den Ausstellungskontext neu zu verhandeln und den Betrachter aufzufordern, wachsam und aufmerksam zu bleiben. Die Kraft dieser Forschung liegt darin, dass sie uns dazu bringt, über die Kontrolle von Bildern nachzudenken, über ihre Authentifizierung als Tatsachen, über die Möglichkeit, die Teile der Realität sichtbar zu machen, die unserem Blick durch Verpixelung entzogen werden, eine Technik, bei der das Bild unkenntlich wird. Diese Werke, die durch die Kombination von Werbefotografien und Bildern von verstümmelten Körpern entstanden sind, lösen beim Betrachter oft Verlegenheit aus und regen zum Nachdenken über ein Konzept an, das der Künstler schon oft geäußert hat: die Ausbreitung von Gefühllosigkeit in der heutigen Welt. Was Hirschhorn sucht, ist ein Zustand der Sensibilität, der durch einen Blick gegeben ist, der wachsam bleibt und sich dessen bewusst ist, was ihn umgibt, ohne es zu verleugnen; Unempfindlichkeit hingegen führt oft zu Zensur und ist paradoxerweise mit Selbstschutz und Ausgrenzung des anderen verbunden.
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MAXXI Roma
Museo nazionale delle arti del XXI secolo The National centre for the Contemporary Art and Architecture
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Caravaggio und Artemisia: Judiths Herausforderung.
PALAZZO BARBERINI
Vom 26. November 2021 bis 27. März 2022 findet im Palazzo Barberini die Ausstellung "Caravaggio und Artemisia: Judiths Herausforderung." statt. Gewalt und Verführung in der Malerei zwischen dem 16. und 17. Jahrhundert von Maria Cristina Terzaghi. Die Ausstellung, die in den neuen Räumen im Erdgeschoss des Palazzo Barberini untergebracht ist, feiert 50 Jahre seit der Übernahme durch den italienischen Staat und siebzig Jahre seit der Entdeckung des berühmten Gemäldes von Caravaggio, das im Palazzo Barberini aufbewahrt wird: Judith und Holofernes. 31 Meisterwerke aus Museen auf der ganzen Welt, darunter die außergewöhnlichen Judith und Holofernes von Artemisia Gentileschi aus dem Capodimonte Museum in Neapel, dokumentieren die disruptive Neuheit der Caravaggesken Revolution in seiner zeitgenössischen Malerei. ÖFNUNGSZEITEN Dienstag bis Sonntag von 10.00 bis 18.00 Uhr. Letzter Einlass 17.00 Uhr. ZUGANGSREGELN: Der Zugang wird in Übereinstimmung mit den gesetzlich festgelegten Regeln zur Ansteckungsprävention geregelt.
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Palazzo Barberini Roma
Collezione del XVIII secolo
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Klimt - La Secessione e l’Italia
Museo di Roma
A distanza di 110 anni dalla sua partecipazione all’Esposizione Internazionale dʼArte del 1911, Gustav Klimt torna in Italia. Un evento espositivo che segna il ritorno in Italia di alcuni dei suoi capolavori provenienti dal Belvedere Museum di Vienna, dalla Klimt Foundation e da collezioni pubbliche e private come la Neue Galerie Graz. La mostra ripercorre la vita e la produzione artistica di Klimt, sottolineandone il ruolo di cofondatore della Secessione viennese e indagando sul suo rapporto con l’Italia, meta dei suoi viaggi e luogo di alcuni suoi successi espositivi Sono circa 200 le opere esposte, tra dipinti, disegni, manifesti d’epoca e sculture di Klimt e degli artisti della sua cerchia. Oltre a opere iconiche come la famosissima Giuditta I, Signora in bianco, Amiche I (Le Sorelle) e Amalie Zuckerkandl è possibile ammirare anche prestiti del tutto eccezionali come La sposa della Klimt Foundation e Ritratto di Signora, trafugato dalla Galleria Ricci Oddi di Piacenza nel 1997 e recuperato fortunosamente nel 2019.
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Museo di Roma
La collezione del museo presenta dipinti, stampe e fotografie dal XVII al XX secolo.
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